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Uno che scrive

Phoenix (Delitto di polizia) – film del 1998

7 minuti
aggiornato il
Phoenix, distribuito in italiano con il titolo Phoenix, delitto di polizia, è un film del 1998 dove Ray Liotta da prova di grande capacità

Phoenix, delitto di polizia

Phoenix, film del 1998 diretto da Danny Cannon, titolo in italiano: Phoenix – Delitto di polizia.
Particolarmente in forma l'attore protagonista Ray Liotta nei panni del detective Harry Collins della polizia di Phoenix, uomo a suo modo leale e corretto e un po' corrotto. Meglio dire corroso.
Corroso dalla sua malattia per il gioco che lo tiene in pugno, ancor prima dei debiti da pagare e di quanto sa essere disposto a fare per recuperare denaro.
Ma a modo suo un uomo e un detective leale, con le brave persone. Un po' anche con le altre. Ma quando tutto deve andare storto, va storto.

Phoenix, film del 1998: la storia

Questo è lo scenario del film. Poliziotti al limite e oltre il limite della legalità, dell'etica, della morale.

I debiti vanno sempre pagati, avere debiti da pagare equivale ad avere prima di tutto un debito verso sé stessi che deve essere saldato; se non si pagano i debiti si resta in debito con sé stessi prima ancora che nei confronti dei creditori.

Il primo debitore cui restituire il credito morale avuto in prestito, è il debitore stesso, se questo concetto non viene compreso le cose si fanno molto difficili.

E avere un debito con sé stesso è impensabile per un vero giocatore incallito e scaramantico e rovinato. Un giocatore appunto. Poliziotto: teoricamente il buono. Criminale: teoricamente il cattivo. Il buono punisce il cattivo.

Ma il cattivo più cattivo del cattivo è uno che si spaccia per buono. Fregatura. Grossa fregatura. E qui va storto tutto ciò che non può andare diritto, che non può andare bene; cioè tutto.

Quando si dice: una partita persa ancor prima di cominciare. Sì, è persa. Il detective Harry Collins forse lo sa che il suo destino è già segnato, ma non cede un momento, è sempre pronto a battersi, convinto di farlo fino alla fine se necessario.

Perché ne vale sempre la pena. Forse. Questo è il detective Harry Collins, ossessionato da tutto ciò che può essere attinente con il gioco: praticamente tutto ciò che accade, e tutto ciò che esiste. Vede una bimba con la sua mamma, le chiede quale nome preferisce tra i due che le propone: sono i nomi di due cavalli e deve sceglierne uno su cui puntare, su cui rovinarsi, almeno la giornata e le prossime a venire.

Fa scommesse assurde con i colleghi, le vince, e sente quindi che quella è una giornata fortunata, buona per giocare. Buona per morire, o andare incontro alla Nera Signora, e poi che sia Lei a decidere se cogliere o non cogliere.

Poi le tante sigarette, l'alcol, il fare tardi la notte mangiando poco e male, le poche ore di sonno, le aberrazioni e la miseria umana che il lavoro di detective quasi quotidianamente propone; non è un gran bel vivere.

C'è di meglio, ma non per Harry Collins. Che ad tratto però… sembra che… ma sì, forse una fetta di felicità buona come una fetta di torta alla vaniglia ci sia anche per lui; ma no, dura poco, tanto buona quanto fugace. È un attimo, quel tanto che basta per farti capire quanto è buona e bella la fetta di vita che stai perdendo e non puoi farci niente. Proprio niente.

è un'illusione, l'ultima fregatura in ordine di tempo; ma un giocatore cronico che si deve aspettare ? Cosa si deve aspettare uno che, se non perde, sta male ? Cosa si deve aspettare uno che se non perde e non è di conseguenza costretto a rovinarsi l'esistenza non trova nulla di meglio da fare ?

Forse ogni tanto crede che possa cambiare, che ne possa uscire; lo crede e basta, quando il mal di vivere ti ha preso non ti lascia andare tanto facilmente. E il detective Harry Collins non riesce a scappare, non è da lui, comunque vada. Si va fino in fondo. Dove andare altrimenti ?

No, quando il destino si accanisce è come negli scacchi dove il Re rimane senza Regina in balia degli Alfieri nemici, delle Torri, e persino dei Pedoni. Quando non va, non va. Quando la fine è vicina lo si capisce.

Ma il detective Harry Collins non cede, si batte senza perdere un colpo, affronta le avversità senza lamentarsi un attimo (non si permetterebbe mai, lui stesso è la causa della sua rovina); non si può certo dire fortunato, ma per un giocatore cronico all'ultimo stadio ci vuole altro per essere fermato.

Per la serie: perché, forse dopo aver perso tutto quello che c'era da perdere, si può perdere ancora ? No, in effetti non c'è più nulla da perdere. O quasi. Perché a ben pensarci qualcosa da perdere c'è sempre, eccome. Fosse solo una vita tutta da ricostruire; ma almeno hai qualcosa da ricostruire.

Del resto lo sa che solo la inevitabile fine lo può fermare, e allora tanto vale giocarsela fino in fondo questa partita: tanto alla fine si perde sempre, vince sempre Lei, la Nera Signora.

E quasi sembra andarLe incontro di proposito, stanco delle solite fregature del circolo vizioso in cui si è cacciato ed è incapace di uscire, desideroso quasi di sbrigare la pratica. Perché non riesce ad uscirne ? Se volesse, potrebbe. Ma non vuole, questo è il punto.

Vuole pagare fino all'ultimo i suoi debiti, andarsene pulito, in pari, con il destino infame. Perché infame il destino sa esserlo. Eppure c'era quasi, mancava così poco, l'amore possibile di Leila (interpretata da Anjelica Huston), gli avrebbe certamente dato quello che ciascun uomo onesto, o quasi, necessita per vivere.

Ma infatti sembrava proprio andare bene in quel modo, tutto sommato, tra alti e bassi, tra andare oltre e rientrare nel sottile confine che separa la legalità da ciò che mai si dovrebbe fare, nonostante tutto, quasi c'era, era lì, tanto vicino da assaggiare il sapore della vaniglia, tanto vicino da sentirne il profumo… ma no, niente.

Quando non va, non va. E fattene una ragione.

Fine.

Phoenix, delitto di polizia: il film

Il film è bello, avvincente, ben realizzato, scenografie che non fanno una piega, il sole implacabile dell'Arizona che trova in Phoenix il suo arido paesaggio dove il ritmo risulta incalzante, ottimo lavoro del regista Danny Cannon.

Un noir, sebbene le etichette e le definizioni non servono a molto quando la sostanza è buona. Ed il film è un buon film, gli attori calzano a pennello ciascuno il suo ruolo senza debordare.

La sceneggiatura è interessante, nulla di straordinariamente originale o nuovo, ma anche ciò che è noto e conosciuto, se ben trattato, può essere più originale di quanto ancora non si conosce.

E la differenza inevitabilmente la compie l'attore protagonista, ben sostenuto però dagli altri perché ciascuno fa il suo. Ray Liotta da ottima prova di attore, ennesima conferma più che altro. Sempre incisivo, convincente, credibile.

Perché tutto il film è a carico suo, del suo personaggio, io così lo trovo; se si toglie il corroso Harry Collins il film crolla, perché la sceneggiatura può essere una delle tante. È Ray Liotta che da vita al detective Harry Collins, ed è questo che sostiene il plot narrativo del film.

Le citazioni nel dialogo, di personaggi famosi, realmente esistiti o caricature di fantasia, le discussioni pseudofilosofiche; la vita di tutti i giorni passa anche, talvolta soprattutto, da qui. Forse per noia, per mancanza di volontà, perché non ci si crede: ma alla fine è Harry Collins che narra la storia.

Attraverso il suo declino umano, inesorabile, di colui che ha già deciso, nonostante qualche piccolo e timido ripensamento, e che non vede l'ora che finisca, che è incapace di sostenere anche solo una parvenza di felicità, come quando gliene capita l'occasione con l'incontro con figlia di Leila (che ancora non conosce), Veronica (la prematuramente scomparsa Brittany Murphy, oltretutto per una morte assurda), giovane, bella, con un futuro davanti spianato come una prateria.

Un film che comincia quasi dalla fine, con la scena alla quale si arriva dopo che quasi tutto è accaduto.

 

                 

 

Felice Amadeo: autore di af1.it

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