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Uno che scrive

Il sorriso del grande tentatore, film del 1974

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Il sorriso del grande tentatore, film di Damiano Damiani del 1974, con un'intensa interpretazione di Glenda Jackson nel ruolo di suor Geraldine

Il sorriso del grande tentatore, film di Damiano Damiani del 1974

Il sorriso del grande tentatore è un film del 1974 diretto da Damiano Damiani e prodotto dalla Euro International Film, realizzato con un cast di eccezione per la bravura e solidità interpretativa degli attori ed una direzione senza sbavature e senza scrupoli (merito) di Damiano Damiani.
Un film scomodo, che non bussa e non chiede permesso, perché la realtà è quella che è, soprattutto quando non piace.

Il film: perché e come

Il sorriso del grande tentatore è un altro di quei film che si insinuano nella mente dello spettatore, un film che solleva dubbi, di quelli profondi, capace di mettere in discussione anche le certezze che sembrano più consolidate, quelle che magari si credevano granitiche.

Ambientato in un istituto religioso romano, le storie di personaggi quantomeno paradossali, ma tanto è l'umana natura.
Personaggi scomodi alla Chiesa, all'opinione pubblica, e a loro stessi.
Il lato migliore di alcuni di questi personaggi, quelli realmente colpevoli di gravi responsabilità, è che sono destinati a non perdonarsi mai.

Perché non meritano perdono, e non possono trovare pace, perché non sempre si può.

Però anche coloro che di colpevole non hanno nulla, vengono fatti sentire tali, e finiscono anche loro con il punirsi. Grave.
L'istituto, galera delle anime più che dei corpi, è diretto dall'inflessibile Suor Geraldine (memorabile interpretazione di Glenda Jackson), tanto infervorata dalla fede quanto dal potere, quel piccolo (o grande, enorme) potere che di fatto esercita sulle anime dei disgraziati confinati nell'istituto purgatorio che Lei controlla.

Determinata, caparbia, cattiva, forse anche buona. No, anche buona. A modo suo.

Quando richiamata all'ordine non esita ad ubbidire, sebbene mordendosi la lingua e infliggendosi anche punizioni corporali per essere più che mai vicina all'umiltà di spirito e di corpo; ma più che altro è un gesto egoista, per essere consapevole che Lei soffre più degli altri, arrogandosi forse una maggiore vicinanza a Dio e aspirando ad una santità che non potrà mai arrivare.

Una Donna tutta d'un pezzo suor Geraldine.
Lei ha il comando.

Ma che dire del vescovo Marquez (Francisco Rabal), sostenitore di Fidel Castro, e da solo nella sua stanza dell'istituto dove tutti i confinati allegramente alloggiano, si perde in un'orgia di ricordi, saturando l'aria con il fumo del sigaro, crogiolandosi nei bei tempi che furono, non volendo però rinunciare alla divisa clericale, come farebbe comodo per l'immagine della Chiesa, e come sarebbe forse giusto verso quella Chiesa povera che il vescovo dovrebbe sempre proteggere.

Il prete operaio padre Monaldi (Nazzareno Natale) che ha preso parte agli scioperi in cui scaturirono scontri violenti che ad alcuni operai costò la vita.

Lacerato dai sensi di colpa (come tutti i confinati del microcosmo di suor Geraldine) e insieme (forse) speranzoso di vedere la luce alla fine del tunnel.

Ma questo è un tunnel che non ha via di uscita, ci si entra e basta, la Luce non c'è, non più.
In fondo c'è chi ci sta bene, ci sguazza, perché uscirne.

Emilia Contreras (Lisa Harrow), incaricata di amministrare l'economia dell'istituto, donna bellissima ed affascinante dalla storia ambigua.

Di origini boliviane, un tempo sposata con un ufficiale di un regime sanguinoso e tirannico, quando si innamora di un combattente rivoluzionario fa cadere in un'imboscata il marito, che viene ucciso proprio da quello che nel frattempo è diventato il suo amante.
Condannata a morte, riesce a fuggire grazie all'intervento della Chiesa fino a rifugiarsi nell'angosciante istituto dove può finalmente, per tutta la soddisfazione di suor Geraldine e dei suoi fidi adepti, lacerarsi anch'essa nei sensi di colpa, senza ritegno alcuno

In fondo questa è la (mala)sorte comune a tutti i personaggi, la perversione (in)consapevole di lacerarsi in un'orgia senza ritegno alcuno di rimorsi, senza volere in nessuna misura trovare la via di uscita, non vogliono i peccatori, non vogliono nemmeno coloro che dovrebbero assolverli, e liberarli, invece che tenerli come animali alla catena.

Il giovane rampollo (che puerile sostantivo), o meglio il principe Ottavio Ranieri d'Aragona (Gabriele Lavia) perdutamente innamorato della propria sorella; ecco perché confinato nell'istituto sotto l'ala protettiva di padre Borelli (Adolfo Celi), confessore professionista.

Il principe follemente innamorato della sorella, combattuto se mandare al diavolo i suoi assistenti spirituali o farsi lacerare anch'esso da quel senso di colpa cui i personaggi sembra non possano fare a meno per sopravvivere in una fiacca esistenza.
Perché uscire nel mondo e continuare a combattere se possono rimanere egoisticamente protetti dal nido amorevole e perverso che offre loro l'istituto ?!

Poi c'è Monsignor Badenski (Arnoldo Foà), è accusato di essere stato collaborazionista del nazismo, chiede allo scrittore Rodolfo Solina (Claudio Cassinelli) di scrivere un memoriale in sua difesa, questo è il motivo per cui lo scrittore si trova unito a questa congrega di disperati, condannati ai sensi di colpa per l'eternità, mai sazi di pentimento.

L'unico sano è proprio lo scrittore, obiettivo e razionale, disposto ad ascoltare, l'unica voce che arriva dall'esterno, dal mondo reale, che tenta di comprendere, inutilmente, il perché di un comportamento tanto rovinoso.
Un non credente in mezzo a persone invasate, non di fede, ma di colpa e di accidiosa incapacità di reagire.

Liberi fisicamente di andarsene e lasciare l'istituto, ma poi dove vanno una volta fuori, senza più alcuna protezione che il torbido guscio dell'istituto offre loro ?!
E così anche quando qualcuno di loro prova ad andarsene, nulla da fare, poi ritorna, ormai in astinenza dal luogo in cui sono giustificati a crogiolarsi nell'orgia del pentimento.

Perché è un pentimento senza fine, dal quale non possono, non vogliono e non devono uscire; anche perché l'istituto, suor Geraldine e suoi adepti resterebbero diversamente occupati.
Cosa farebbero senza avere anime da redimere che non saranno mai redente ?!

Naturalmente no, mai, condannate per l'eternità ad un interminabile rimorso.

Il sorriso del grande tentatore: le mie impressioni

Questo film è scabroso, morboso, la prima volta che l'ho visto, appena terminato di vederlo ero contento che fosse finita l'angoscia che inevitabilmente prende lo spettatore quando guarda questa storiaccia, ma poi avevo voglia di rivederlo ancora, a mente serena, con maggiore distacco per avere un occhio più critico rispetto alla prima visione, dove l'impatto emotivo per forza di cose è più confuso, si viene presi di sorpresa, dopo invece, quando lo hai già visto sai cosa ti aspetta.
Ma l'attesa è comunque snervante anche quando conosci il film, emoziona sempre, nel bene e nel male, più nel male perché mette a nudo ed in risalto la cruciale debolezza dell'animo umano.

Film che merita di essere visto, anche se poi non ti dovesse piacere, non può mancare nelle personale collezione di film, DVD, va bene anche la videocassetta se hai ancora il videoregistratore.
Film da vedere perché spietatamente sincero sulla debolezza dell'essere umano, la sua fragilità davanti alle tentazioni, anche quelle più vili ed egoiste, profondamente sbagliate.
Nulla da aggiungere.

 

                 

 

Felice Amadeo: autore di af1.it

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